Tempo di lettura: 13 minuti.
PREMESSA n°1: NON LEGGETE questo articolo e il prossimo se non avete voglia di sentir parlare di disperazione, miseria, morte e povertà. Se cercate qualcosa da leggere per svagarvi cinque minuti andate altrove.
Se invece siete disposti a porgere l'orecchio e il cuore a sensazioni scomode e avete voglia di scoprire se può esistere una scintilla di speranza in tutta questa desolazione, andate pure avanti.
PREMESSA n°2: chi mi conosce anche poco sa che non sono cattolica, né cristiana. Direi che sono atea convinta e che con questa mia non - religiosità ingombrante mi sono avvicinata alle Missionarie della Carità.
Detto questo... Pronti? Via!
"Giugno 1952. Le cataratte del monsone si abbattono su Calcutta come il finimondo. Una forma bianca, curva sotto il diluvio, costeggia i muri del Medical College Hospital. Ad un tratto inciampa in un corpo. Si ferma. É una vecchia che giace sul marciapiede allagato. Respira appena. I topi le hanno rosicchiato le dita dei piedi fino all'osso. Madre Teresa la solleva tra le braccia e si affretta verso la porta dell'ospedale. [...] Ma all'improvviso sente un rantolo. Il corpo le si è irrigidito tra le braccia. Capisce che è troppo tardi. Depone il suo fardello, chiude gli occhi della poveretta, fa il segno della croce e prega per un istante accanto a lei. «Qui, perfino i cani sono trattati meglio degli esseri umani» constata dolorosamente mentre si allontana. L'indomani corre in municipio, stringe d'assedio gli uffici. L'ostinazione di quella religiosa europea in sari di cotone bianco non cessa di stupire. Uno dei collaboratori del sindaco la riceve. «É una vergogna che certi abitanti di questa città siano costretti a morire sul marciapiede» gli dichiara. «Trovatemi un ricovero dove potrò aiutare i moribondi a comparire davanti a Dio nella dignità e nell'amore.» Otto giorni dopo, l'amministrazione comunale le mette a disposizione la vecchia casa per i pellegrini indù attigua al grande tempio di Kālī".
Questo estratto è una storia vera. Lo potete leggere ne La città della gioia, di D. Lapierre. La "Città della Gioia" è la letterale traduzione di Anand Nagar, la baraccopoli più grande di Calcutta in cui, appunto, è ambientato il romanzo / autobiografia di Lapierre.
Riesco finalmente, soltanto ora, a trovare un minimo di predisposizione mentale ed emotiva per poter raccontare di questa parentesi del mio Viaggio dopo più di un mese dalla mia partenza da Calcutta. Ho passato nella Missione di Madre Teresa solo 17 giorni della mia vita e a vita li ricorderò, una scheggia acuminata conficcata a fondo nella carne viva della memoria. Mi fa quasi ribrezzo parlare di questo - breve - capitolo di Vita come di una semplice "esperienza". È un termine così insufficiente, così manchevole, così inflazionato. Così Instagrammato e cool. Non è stata un'esperienza: è stata una fottuta bomba atomica nell'intimo. È stato un cazzo di tsunami esistenziale.
Per amor di chiarezza, faccio un brevissimo excursus per definire meglio cosa sia, esattamente, la Missione Madre Teresa e Missionarie della Carità.
[Se siete alla ricerca di informazioni più dettagliate sulla questione del Volontariato e se avete voglia di partire anche voi alla volta di Calcutta per prestare servizio, vi consiglio di andare a leggere online l'articolo di Ti Porto Via Con Me, esauriente e assai utile, o di contattarmi direttamente.]
Come tutti sapranno, Agnese Gonxhe Bojaxhiu (nata nel 1910 a Skopje da genitori albanesi e diventata "celebre" con il nome di Madre Teresa) proprio nella sovrappopolata Calcutta, megalopoli nell'estremo nord-est dell'India affacciata sul golfo del Bengala, diede vita a quel progetto che l'ha resa poi ciò per cui è conosciuta in tutto il mondo.
Le strutture fortemente volute da Madre Teresa in tutta la città per accogliere gli "ultimi fra ultimi" sono diverse e ognuna ospita anime con difficoltà e necessità differenti: c'è la casa per i bambini orfani; la casa per i ragazzi con gravissime disabilità fisiche e mentali; la casa per uomini e donne con malattie mentali e disabilità fisiche; la struttura (anche se è più un quartiere, quasi un villaggio alla periferia di Calcutta) per i lebbrosi. Perché sì, cari, esiste ancora la lebbra nei Paesi in via di sviluppo.
E poi...
E poi c'è Kalighat, la Casa dei Morenti: il primo, grande amore di Madre Teresa. Il brano iniziale racconta proprio della nascita di Kalighat e della scintilla da cui è partito tutto quanto. Qui arrivano coloro che sono alla fine della loro vita: anziani, malati terminali, moribondi, vedove malandate senza un luogo dove andare. Entrano a Kalighat e non ne usciranno più. Non in forma corporea, quando meno. Loro lo sanno. Attendono la Fine, e basta.
Ci sarebbe da parlare per ore e ore e ore della condizione delle vedove in India; del sistema castale abolito dopo il 47 ma ancora vivo e rigoglioso nel senso di identità della maggior parte degli hindù; della condizione aberrante dei dalit, i senza casta... Ma non ho intenzione di scrivere un saggio sulla società indiana moderna, né avrei le competenze per farlo al meglio. Mi limito a citare alcune situazioni, a darne un'infarinatura, a sollevare appena l'angolo di questo enorme tappeto.
Nelle strutture di Madre Teresa non arrivano "le persone con dei problemi", come ho sentito domandare da qualcuno. Non arrivano banalmente "i bisognosi" o "le persone con disabilità". Non si tratta di strutture di accoglienza come quelle che ci sono da noi in Europa, centri diurni e ricreativi o di assistenza. Non arrivano nemmeno, semplicemente, quelli che noi chiamiamo barboni o più elegantemente clochard, come se dirlo in francese rendesse più edulcorabile una realtà drammatica. Non ci arrivano i senza tetto, non ci arrivano "i poveri". Di queste anime la città (e l'India intera) ne è piena: Calcutta straborda di poveri e miserabili, rigurgita da ogni angolo anime che nulla posseggono se non la pelle che hanno sulle ossa e poco più. (Per inciso: se non l'avete ancora fatto, leggetelo davvero almeno una volta nella vita La Città della Gioia!) Non è materialmente possibile accoglierli tutti. Non se sono sani, se possono ancora badare a sé stessi. Non se possono ancora cavarsela.
No, nelle strutture di Madre Teresa arrivano DAVVERO gli "ultimi degli ultimi": coloro che nessuno vuole, coloro che sono un peso per quelle famiglie non hanno niente da mettere sotto i denti, coloro che la società vede ma non guarda, coloro che vengono abbandonati, ripudiati, rinnegati. Si tratta di quei bambini che, appena nati, vengono abbandonati dentro una copertina sporca di fronte alle porte dello Shishu Bhavan o che vengono trovati a vagare soli, piccoli e inermi, senza più nessuno al mondo; si tratta di quei disabili che non possono essere mantenuti da famiglie già gravemente in difficoltà e abbandonati sul marciapiede; sono gli anziani che attendono la morte accucciati nella sporcizia, tra insetti e topi che li mangiano vivi, prostrati nel proprio lerciume e in quello altrui che fluttua nelle canaline di scolo a cielo aperto; sono quei miserabili che arrivano da lontano, caricati dalla propria famiglia su un treno con destinazione finale Calcutta, e che aspettano sui binari sperando che qualcuno li vada a prendere. Perché ormai si sa, che a Calcutta le suore raccolgono i poveracci in fin di vita. Scendono dal treno, in una città che non conoscono e che sembra un mostro a più teste, una Idra di cemento dalle mille facce, con solo i propri vestiti cenciosi addosso. Si siedono, attendono. Magari per giorni, senza cibo, né acqua, né riparo. Aspettano e sperano (immagino pregando con tutte le loro forze) che esista davvero qualcuno che si prenderà cura di loro.

...Ma voi riuscite ad immaginare una cosa del genere? Riuscite a mettervi nei panni lerci di questi esseri umani anche solo per un istante e a sentire quella disperazione, quell'annientamento esistenziale? Siete in grado di scendere dal piedistallo di "persone speciali" su cui siamo capitati per pura fortuna - e che crediamo pure di meritare - e di fare uno sforzo immaginativo per mettere la vostra vita, la vostra mente e il vostro corpo in una circostanza simile? Valere meno di niente; essere come una merda per strada, che tutti scansano per non venirne sporcati; venire considerati alla stregua di un animale pulcioso; non essere riconosciuti come esseri viventi degni di pietà e rispetto.
Ci ho provato. Ad immaginarMI in una condizione del genere, dico. E mi ha annientato. Ha fatto tremare le fondamenta stesse delle mie sovrastrutture mentali ed emotive, costruite con dovizia e metodicità nell'arco di una vita. Perché a volte ci illudiamo davvero di essere speciali, di meritare il posto che occupiamo nel mondo, di essere lì per un volere superiore, di essere depositari di una scintilla di eccezionalità riservata a pochi eletti. È invece siamo dove siamo e siamo quello che siamo per una clamorosa, eccezionale, indescrivibile BOTTA DI CULO. Perché in questo momento potremmo essere seduti col culo nudo sul cemento bollente di una città puzzolente, con i parassiti che ci masticano tra le pieghe della pelle e nessuna possibilità di redenzione nel prossimo futuro. Non da vivi, quantomeno...
Credetemi, non sto esagerando: l'India è così, l'India è ANCHE questo. Non sono casi isolati, non è la classica eccezione che conferma la regola. l'India è meraviglia e orrore, luce e tenebra. Splendida e immonda.
Ma torniamo alle Missionarie della Carità. Questi sono i presupposti del loro lavoro: mettersi completamente al servizio degli altri, ogni giorno, tutti i giorni. Ogni settimana alcune Sorelle e Volontari fanno le ronde nei quartieri e nelle zone più povere della città (la stazione ferroviaria o il ponte di Howra, ad esempio) per cercare i più disperati, raccoglierli, portarli in una delle strutture, lavarli, vestirli, dare loro un letto e del cibo. Il lavoro, come potete immaginare, è tanto, non finisce mai. Non c'è tempo per i sentimentalismi.
Le strutture vengono gestite dalle Sorelle e dalle cosiddette Masi: le Sorelle sono tutte vestite con l'iconica sari bianca e azzurra, la più economica sul mercato, simbolo delle Suore di Madre Teresa; le Masi sono donne stipendiate, in genere con trascorsi e vite per niente facili, che lavorano, a turno, notte e giorno. E poi, come un torrente costante, ci sono i Volontari. In certi periodi ce n'è di più, in altri di meno, ma ci sono: uomini, donne, ragazzi, anziani da ogni parte del mondo approdano a Mother House per la registrazione, per essere assegnati a una "Casa". Non importa quanto stiano, se giorni, settimane o mesi; non importa a quale religione o fede appartengano; non importa cosa sappiano fare: l'importante è che ci siano e diano una mano.
Al momento della registrazione a ogni volontario viene domandato se abbia preferenze sulla destinazione in base alle proprie attitudini e, in genere, si viene accontentati. Purtroppo da qualche anno non è più possibile essere assegnati allo Shishu Bhavan, la Casa dei bimbi orfani, per alcuni scandali legati alle adozioni emersi qualche anno fa. E poi, mi spiegò una Sister, perché quasi tutti i volontari chiedevano di essere assegnati ai bimbi piccoli e quasi più nessuno desiderava dare una mano nelle altre strutture dove c'era altrettanto bisogno.
Si può lavorare solo al mattino o, se si desidera, anche al pomeriggio. Ci sono Volontari che stanno mesi interi e che tornano ogni anno, da anni.
La varie strutture sono dislocate per la città, non sono tutte in un'unica zona. Arrivarci all'inizio può essere un'avventura, perché Calcutta è enorme e spesso bisogna prendere diversi mezzi di trasporto per arrivare alla Casa a cui si è assegnati.
La giornata del Volontario tecnicamente inizia alle 6 con la Messa; continua alle 7 alla Mother House dove viene offerta la colazione (per i Volontari all'interno, per i bisognosi all'esterno) a base di frutta, biscotti e chai, il thè con il latte; intorno alle 7.30/7.45 ogni Volontario parte alla volta della propria destinazione; alle 12/12.30 termina il turno del mattino. Tuttavia, chi non ha interesse a partecipare alla Messa può liberamente saltarla e chi non desidera fare colazione con gli altri Volontari può andare direttamente alla propria Casa e iniziare il turno. Al pomeriggio (ma solo in alcune strutture) il turno è dalle 15 alle 17.
La vita degli "ospiti", invece, è ben diversa: in genere vengono svegliati alle 4.30 del mattino, vengono portati tutti in bagno, lavati e cambiati; dopo la loro colazione, arrivano i Volontari; alle 11 mangiano pranzo; intorno alle 12.30 vengono messi tutti a letto per il riposino pomeridiano e alle 17.30 per la notte.
Ma cosa si fa, esattamente, alla Missione di Madre Teresa come Volontario?
Tutto ciò che serve: si lavano quintali di vestiti e di lenzuola (a mano! Non esistono le lavatrici) e si stendono nel terrazzo; si lavano i pavimenti, le finestre e i letti; si aiutano gli "ospiti" ad andare in bagno e a lavarsi; si dà una mano a preparare e a impiattare i pasti; si imboccano le persone che non sono in grado di mangiare da sole; si gioca con loro e li si intrattiene in ogni modo possibile; li si aiuta durante le ore di fisioterapia (dove e quando è un programma); li si mette a letto per il riposo pomeridiano o per la notte, si rimbocca loro la copertina, gli si dà una carezza e si torna alle proprie vite. Stop, finito.
Naturalmente, chi ha competenze o conoscenze utili lo può comunicare in fase di registrazione: ad esempio, chi è infermiera o medico può aiutare nelle infermerie; chi ha esperienza come fisioterapista può proporsi per attività mirate; chi è musicista/ musicoterapeuta può svolgere attività laboratoriali in giorni specifici e così via. Tutto serve, tutto può essere utile, tutto è prezioso.
Le strutture sono molto semplici, ma pulite e dignitose; le risorse a disposizione sono molto poche e si fa quello che si può con quello che c'è. Non voglio scendere troppo nel dettaglio perché non ne so a sufficienza e non vorrei parlare a sproposito, ma a quanto ho capito le Missionarie della Carità non ricevono grandi quantità di aiuti in denaro dalla Chiesa Cattolica (a patto che ne ricevano, si intende). I materiali a disposizione per le necessità di base sono risicati o inesistenti (i guanti in lattice non esistono; la carta igienica non sanno manco cosa sia: è una cosa da ricchi!; i pannoloni per coloro che sono incontinenti sono un miraggio; i medicinali e il necessario per le medicazioni sono ridotti all'osso).
Questo è il Volontariato a Calcutta da Madre Teresa.
È difficile, è crudo. A volte è ripugnante, a volte fa schifo, a volte vengono i conati di vomito.
Ma è anche immensamente, infinitamente toccante, gratificante. A volte è persino molto divertente: bolle di sapone e leggerezza in mezzo a deiezioni corporee e miseria, risate di cuore e abbracci sinceri. Sguardi d'intesa senza il bisogno di parlare la stessa lingua.
Ecco, l'ultima cosa che desidero aggiungere per concludere questo post è proprio questa: questi rifugi per gli "ultimi tra gli ultimi", porti sicuri in un mare di miseria, sanno essere incredibilmente sereni e allegri. Nonostante la povertà e la disperazione di sottofondo - rumore bianco che, a tratti, quasi si smette di udire - le Sisters, le Masi e i Volontari sanno rendere queste strutture luoghi luminosi, pieni di amore e gentilezza. E spensieratezza, a volte. E speranza, forse.
Nel prossimo articolo parlerò più nel dettaglio della mia personale esperienza (eccola che ritorna, questa parola pretenziosa!) da Madre Teresa. Ho preferito fornire un quadro generale prima di parlare del mio vissuto in prima persona, dividendo in due questo macro-argomento per non appesantire troppo il racconto e per rendere un po' più snelli i post.
Commenti
Posta un commento