Hanami, fioritura e rinascita in Giappone




Hanami (花見):

È una tradizione millenaria che significa letteralmente "osservare gli alberi in fiore" e ancora oggi è una ricorrenza particolarmente attesa, amata e festeggiata in ogni parte del Giappone. I fiori dei ciliegi, sakura, sono l'emblema della fragilità e della brevità della vita, ma al contempo anche della rinascita, del rinnovamento, dei nuovi inizi.


Durante l'hanami, i parchi, i giardini, le sponde dei fiumi diventano il cuore pulsante nel petto delle città giapponesi.

E ammirare i giapponesi che ammirano i ciliegi in fiore è uno spettacolo di rara delicatezza, una lezione di vita dal retrogusto dolceamaro come il miele di castagno. 

Osservarli è divertente. È commovente. 

L'aria si riempie del cicaleccio degli studenti in divisa - i capelli lisci e brillanti come cascate d'onice nero, le camicie immacolate, le scarpe lucide - che dopo la scuola trascorrono i pomeriggi bighellonando nei parchi, la cartella in mano, sorseggiando bibite variopinte all'ombra.

Fotografi più o meno improvvisati sfoderano macchine fotografiche con obiettivi telescopici per immortalare probabilmente ogni petalo dell'intera città da ogni angolazione, in ogni dettaglio.


Le famiglie si ritrovano per i picnic tradizionali all'aria aperta, stendono le coperte per terra, sull'erba. Le mamme allestiscono banchetti speciali preparati a casa e premurosamente sistemati in scatole ermetiche, i bento: onigiri e makizushi di riso; omelette spugnose tamagoyaki e takoyaki, polpette di polpo; i mochi con pasta di fagioli rossi come dolcetti morbidi. Tutto parla di cura, ordine, precisione. Ritualità.

I gruppi di amici si ubriacano a suon di birra e musica, l'odore del cibo sfrigolante sulla griglia che si diffonde tutto intorno. Le loro risate, pur alterate dall'alcool, dal sole caldo e dal clima di festa, sono sempre misurate, mai sguaiate. Oserei dire controllate, anche se un po' del famoso autocontrollo nipponico si è sciolto nel bicchiere.

I dipendenti che escono dagli uffici per la pausa pranzo si siedono sulle panchine nei parchi e mentre mangiano guardano in su, gli occhi rivolti verso i rami, masticando in silenzio, lo sguardo assorto.

Gli anziani, che già tante e tante primavere hanno vissuto, si incantano nei i viali alberati, emozionati come bambini alle loro prime fioriture, rapiti come fosse la prima volta. Forse consapevoli del fatto che potrebbe essere l'ultima, osservano con attenzione minuziosa gli alberi, ci girano intorno, osservano i boccioli più da vicino, li sfiorano con la punta delle dita, ne annusano i contorni, si allontanano per guardarne l'interezza, si avvicinano di nuovo, sorridono. È un sorriso quieto, contemplativo, sornione. Forse po' malinconico.

Per dieci giorni o poco più lo spirito collettivo dei giapponesi pulsa all'unisono nei parchi, mentre un'ebbrezza generale li fa camminare tutti a naso all'insù, ammaliati da un tale soffice splendore difficilmente descrivibile.

In quell'intreccio di rami scuri, la Vita esplode in tutta la sua bellezza in un attimo e in un attimo sfiorisce: il miracolo dell'esistenza risiede nella sua brevità; la fragilità ne è l'essenza. 

Come neve sui rami, come miele nell'aria, i fiori di sakura quando arriva il momento piovono a terra, in un temporale silenzioso color confetto. 

Un tappeto ormai sgualcito dall'incedere di un Tempo impietoso.




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