Cara Mumbai,Lo sai che un po' ti detesto: sei una città caotica, isterica e chiassosa; dopo solo un giorno per le tue strade mi assale un mal di testa cronico che non mi abbandona più finché non ti saluto e me ne vado. Molti degli oltre 22 milioni di abitanti vivono pigiati come polli in batteria in piccoli appartamenti affollati e fatiscenti. Se ci pensi, fare stare 37000 persone per km² non è impresa semplice, lo riconosco. E non parliamo poi del tuo Dharavi, uno degli slum più affollati al mondo: in due chilometri quadrati un milione di persone ha trovato da vivere in baracche di lamiera, dove gli scarichi fognari sono a cielo aperto e la privacy quasi non esiste. Sembra un formicaio brulicante di anime che si affaccendano, bambini che scorrazzano, canigattimucche che gironzolano, macilenti, in cerca di qualcosa da mangiare.
Ma dimmi: ti ricordi ogni tanto di loro, di quei poveracci che con dignità incrollabile tirano avanti famiglie intere facendo lavori umilissimi e spesso, ai nostri occhi di ricchi occidentali, aberranti? Proprio lì, a Dharavi, hanno girato alcune scene iniziali del film The Millionaire. Ma a te quel film non è piaciuto, mi pare di capire. Troppo romanzato, troppo 'americanizzato' e poco indian, come dicono molti di coloro che vivono nel tuo abbraccio di cemento, fatto di strade veloci a doppia corsia, vicoli bui e viali alberati.
E dimmi, ancora: ti ricordi, poi, di coloro che invece nemmeno una baracca negli slum possono permettersi e dormono semplicemente per strada, abbandonati come cani randagi contro i muri, in mezzo alle rotaie del treno, tra la sporcizia, i parassiti e la plastica? Sono coloro che probabilmente nemmeno sono censiti nei tuoi uffici afosi e affollati, uomini e donne che nemmeno hanno un nome registrato, non sanno neppure quando sono nati. Vivono così, ai margini di una società che non li vuole e a volte nemmeno lì vede, destinati a un'intoccabilità irreversibile. Per noi occidentali dal cuore tenero e buonista vedere questo lato spietato di te fa salire un groppo in gola e fa montare una rabbia sorda per quest'immensa ingiustizia... Ma poi stai tranquilla, cara Mumbai, ognuno di noi se ne torna a casa nel proprio Mondo opulento e ipocrita e ci dimentichiamo subito di quel che accade negli angoli più bui del tuo labirinto. Non avercela con noi, siamo bravi a moraleggiare e a sperticarci in critiche, ma di fronte a uno Spritz in un bar del centro ci dimentichiamo presto di te e dei tuoi figli miserabili.
Però, sai... l'altro giorno ho voluto togliermi dal centro iper affollato e dall'imponente
Gateway of India che si erge, solido e severo, di fronte al Mar Arabico. Ho preferito evitare la fiumana di umanità in coda per vedere il famoso hotel
Taj, reso ancor più tristemente noto dopo il sanguinoso attentato avvenuto alla fine del 2008.
Non ho voluto sedermi ai tavoli del
Leopold, locale iconico nel libro
Shantaram e dove, ancora oggi, nelle sue mura si vedono i fori dei proiettili partiti dai kalashnikov dei terroristi.
Deve averti scosso e ferito nelle viscere, quel 26 novembre. Anni fa avevo visto il film "Attacco a Mumbai" e ricordo che feci molti incubi per diverse notti. Lo consiglio a chi non è informato sull'accaduto, perché vale la pena sapere quanto alcuni dei tuoi cittadini siano stati coraggiosi e reattivi in quelle eterne giornate di orrore.
Però, sai, stavo dicendo... L'altro giorno non avevo piu voglia di ammirare i tuoi antichi, maestosi palazzi lungo i viali, né di fare un giro sull'affollata spiaggia a Chowpatti, dove migliaia di persone si recano ogni pomeriggio per ammirare il tramonto e mangiare street food.
Ho preferito prendere un bus locale che con 5 rupie mi ha portato fino al Dhobi Ghat, letteralmente "molo dei lavandai". La conosci bene, la "più grande lavatrice a cielo aperto del mondo", non è così? Anche questo quartiere è stato protagonista di un bellissimo film indiano (Dhobi Ghat , appunto, reperibile facilmente su qualche piattaforma online, ndr).
In questo quartiere arriva la stragrande maggioranza di abiti e lenzuola da ogni parte della città: ospedali, hotel, aziende, privati fanno lavare -a mano, manco a dirlo- proprio qua tonnellate e tonnellate di abiti ogni giorno. Migliaia di famiglie vivono e lavorano qui, si spaccano letteralmente la schiena sotto il peso della stoffa bagnata, in un dedalo di passaggi stretti, vicoli tetri e casupole in lamiera che si arrampicano verso il cielo grigiastro su piani traballanti e strabordanti di vestiti messi a stendere, ordinatamente, lungo chilometri di fili. Dopo una rapida incursione nel ventre scuro di questo quartiere a forma di triangolo, compresso tra la ferrovia e i palazzi alle sue spalle, ho preferito salire più in alto per scattare qualche fotografia. Mi sento sempre molto a disagio nel chiedere direttamente a qualcuno di farsi fotografare, lo trovo (forse erroneamente) invadente e in certi casi irrispettoso. Mi fa vergognare della mia fortuna sfacciata ad essere lì, con la mia fotocamera in mano, la carta di credito in tasca, una bella casa che mi attende quando tornerò indietro.
Così, sono salita fino al cavalcavia trafficato da cui la vista mi è apparsa, se possibile, ancora più impressionante: alle spalle di questo alveare affaccendato, grattacieli senza fine allungavano le loro ombre sulle casupole misere ai loro piedi.
Cara Mumbai, è stato disturbante cogliere con un solo sguardo, nella medesima inquadratura, il lusso irriverente di quei palazzi costruiti letteralmente in testa a queste persone umili che non hanno nemmeno l'acqua in casa e che preparano la cena accucciati sul marciapiede, in mezzo ai canali di scolo.
Non so descrivere, cara odiata Mumbai, quello che ho sentito in quel momento: il contrasto è stato così tanto potente, la disparità tra quei due mondi fisicamente vicini è così indescrivibile a parole, l'abisso è così incolmabile.
C'era un ragazzo, steso su una tettoia: guardava il proprio smartphone all'ombra dei panni stesi, con sguardo assorto. E ho pensato che quell'oggetto così ormai indispensabile per tutti noi sia l'unica cosa che forse ci accomuna a quel giovane dall'aria assente. E pensavo che forse, attraverso quell'aggeggio che gli sarà costato una fortuna, può sbirciare in Vite diverse da ciò a cui è da sempre stato abituato; può fuggire, almeno finché terrà gli occhi sullo schermo, da una realtà alienante e malsana a cui probabilmente è destinato per il resto della vita.
Chissà se gli abitanti del Dhobi Ghat guardano spesso le finestre più alte dei palazzi alle loro spalle. Chissà cosa pensano, chissà cosa desiderano.
E chissà, odiata Mumbai, se coloro che vivono in quegli appartamenti lassù ogni tanto abbassano lo sguardo verso di loro, su quelle formichine operose che lavano le loro lenzuola bianche. Chissà cosa pensano, chissà cosa desiderano, anche loro.
Cara odiata Mumbai,
Io ti saluto. Riparto per il mio Viaggio verso nord. Non so dirti cosa mi abbia lasciato il breve tempo passato in tua compagnia, dopo tanti anni che non camminavo per le tue strade arroventate dal sole. Credo che, come sempre accade dopo una permanenza in una delle grandi città della Madre India, io abbia in testa molti più interrogativi che si azzuffano tra loro piuttosto che risposte.
Perché, a differenza di quanto si possa pensare, Viaggiare non dà risposte, ma fa nascere ancora più domande.
Un viaggio che dovremmo fare tutti , per renderci conto davvero della realtà che abbiamo , tutti noi, costruito e nella quale viviamo come hai descritto perfettamente, distogliendo lo sguardo sorseggiando spritz. Un racconto che tocca le coscienze, spalanca i nostri occhi bendati su una realtà che non possiamo ignorare. Grazie di cuore
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